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il mio romanzo

Una vita e mezza
Una Vita e Mezza è un libro che parla soprattutto dell’assenza. O meglio della ricerca, tanto demotivata quanto inconsapevole, di come si può costruire una ciambella salvagente intorno a quel buco che ti si crea dentro quando perdi una persona. Cosicché quel buco, che risucchiava tutto il presente privandolo di senso, possa trasformarsi nel nostro galleggiante. E addirittura salvarci, traghettandoci verso il futuro.
È la storia di un viaggio, metaforico quanto reale, di un ragazzo che è stufo del suo galleggiare, ma che non sa dare una scossa alla propria esistenza. Così parte fidandosi e affidandosi al suo amico, sperando che qualcosa di imprevisto lo colga per assaporare un po’ di brivido della vita.
Riuscirà a trasformare il suo futuro innamorandosene anziché rimanendone schiacciato e afflitto?
Se c’è un’intenzione mirata in tutto ciò, è la creazione del neologismo che indica il dolore per il futuro mancante, la mellontalgia. In contrapposizione con la nostalgia, che indica l’afflizione per il ritorno a casa (nostos), per il passato, per l’infanzia, questa è l’afflizione per to mellon cioè l’avvenire o le cose future, in greco antico. Vuole indicare un dolore attribuito al futuro negato e non vissuto. A ciò che poteva essere e invece non sarà mai. Chissà se se ne sentiva la mancanza.

Andrea





«Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i "figli della luna"; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene»

(Fabrizio De André durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano il 19/12/1992)





Questa è forse la prima canzone italiana (e non voglio spingermi più in là dell'Italia) a narrare di un amore omosessuale tra due uomini. Una canzone a dir poco meravigliosa.
Si capisce che si tratta di due uomini per il semplice fatto che Fabrizio usa per il protagonista sempre sostantivi maschili (si è perso e non si è persa), mentre dell'altro (riccioli neri) ci dice che è morto militare in guerra. Più chiaro di così...
La canzone è contenuta in Rimini, l'album del 1978 e parla di questo amore, a mio modo di vedere corrisposto (la perla più rara) e che finisce un po' male. Procediamo riga per riga:


Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare.
Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare.
Andrea aveva un amore, riccioli neri
Andrea aveva un dolore, riccioli neri.

Andrea è un innamorato, maschio, che si è "perdutamente" innamorato. Aveva un amore che aveva i riccioli neri. Ma questo amore è diventato un dolore. 

C'era scritto sul foglio ch'era morto sulla bandiera 
C'era scritto e la firma era d'oro: era firma di re.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.

Questo amore è un dolore perché è morto. È morto in guerra, la prima guerra mondiale a quanto pare, ucciso dagli austriaci sulla trincea triestina. Gli è arrivata a casa la cartolina del decesso, una cartolina affidabile, firmata dal Re d'Italia.

Occhi di bosco, contadino del Regno, profilo francese
Occhi di bosco, soldato del regno, profilo francese
E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore. La perla più rara 
E Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura.

Occhi di bosco, questo ragazzo partito per la guerra era un contadino del Regno d'Italia costretto a diventare militare, suo malgrado. Andrea aveva un amore,ma adesso l'ha perso a causa della guerra. Aveva l'amore nella sua forma più rara (dunque credo possa significare che era corrisposto), ma adesso l'ha perso e la perla è diventata quella più amara, quella più scura, quella del vedovo.

Andrea coglieva, raccoglieva violette ai bordi del pozzo
Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo

Andrea rimane solo nel bosco, mentre raccoglieva spensierato le violette ai bordi del pozzo, ai bordi dell'oblio. Il dolore insopportabile va dimenticato, per sopravvivere, per non diventare pazzi.

Il secchio gli disse:
- Signore il pozzo è profondo più fondo del fondo degli occhi della notte del pianto. 
Lui disse:
- Mi basta, mi basta che sia più profondo di me.

il secchio dei ricordi disse al giovane innamorato che dal pozzo dell'oblio non si torna indietro. Piangere e soffrire è comunque ricordare. Una volta dimenticata una cosa non si può più tornare indietro.
Ma lui rispose al secchio che lo sa bene e che gli basta che sia più profondo di lui. Questo può significare soltanto una cosa, che per dimenticare il tremendo dolore, non gli rimane che annullare tutti i sentimenti ovvero buttarsi nel cerchio del pozzo insieme al ricordo di riccioli neri. L'importante è che il pozzo dell'oblio sia più profondo di me e che io non riesca più a uscirne.
Metaforicamente (diventa pazzo) o fisicamente (si suicida gettandosi nel pozzo).